L’aggressione russa contro l’Ukraina non ha spaventato i giovani volontari polacchi che hanno animato un campo-scuola per bambini a Tynna, diocesi di Kamianets-Podilskyi. 40 bambini delle parrocchie dei Passionisti stanno partecipando all’attuale turno del campo “Vacanze con Dio” Agata, Kuba insieme a P. Vityaliy Slobodyan hanno fatto organizzato il campo, tenendo lezioni con i bambini, giocando con loro e parlando della Misericordia di Dio.
Nonostante la guerra non si arresti, i Passionisti in Ukraina sono impegnati a costruire il loro futuro… Abbiamo iniziato importanti lavori di ristrutturazione alla Casa della Misericordia che è un Casa di riposo per anziani e un centro ricreativo per bambini. I lavori prevedono la sostituzione del copri tetto di eternit con lamiera, l’installazione di nuove grondaie, l’isolamento delle pareti esterne e l’installazione di un ascensore. Nel frattempo si sta ridipingendo l’esterno e l’interno…
Anche se i lavori di ristrutturazione sono noiosi, la vita continua alla Casa della Misericordia. Festeggiamenti dell’Onomastico e del Compleanno degli anziani della casa.
Massimo Recalcati L’Ucraina e la violenza se l’Occidente cede alla sua assuefazione La Stampa, 31 luglio 2022
Un amico oncologo mi raccontava il suo stupore nel non sentirsi più di tanto coinvolto nei drammi dei suoi pazienti di fronte alla malattia. «Il tempo – mi spiegava – è come se avesse disattivato le mie emozioni». Accade anche con ogni esperienza di lutto: il fattore tempo è determinante per spegnere il bruciore inizialmente insopportabile della perdita. «Impossibile continuare senza, ma impossibile non continuare senza», scriveva Beckett. Ma quello che avviene nelle pieghe più intime della nostra vita privata si ripete anche nella dimensione pubblica della nostra vita collettiva. Un esempio fra tutti è quello della guerra in Ucraina. Le maratone televisive e i servizi giornalistici febbrili dei primi tempi hanno lasciato il posto ad una informazione tristemente routinaria. Della guerra in sé si tende a non parlare più, a non dedicarvi più la nostra attenzione se non per le conseguenze dirette che essa provoca sulle nostre vite: aumento delle bollette, caro vita, maggiore precarietà economica e sociale, futuro incerto. È scattato quel meccanismo di assuefazione psichica che ha coinvolto anche il mio amico oncologo. Freud ne parlava proprio a proposito della guerra e dell’indifferenza alla quale essa costringe gli esseri umani di fronte ai numerosi cadaveri anonimi che genera quotidianamente. Il peso emotivo che la vista del cadavere di una persona affettivamente cara può provocare sembra scomparire. L’assuefazione è l’effetto di un distanziamento psichico finalizzato alla neutralizzazione di un fattore giudicato perturbante. Ma, in realtà, questo distanziamento è, a sua volta, l’effetto di un’eccessiva prossimità inconscia all’oggetto dell’angoscia. Accade anche allo psicoanalista che quotidianamente è esposto all’incontro con la sofferenza dei suoi pazienti. Lacan, non a caso, paragonava la sua funzione a quella di una discarica: raccogliere ed evacuare il peggio, il negativo, l’insopportabile. Il fenomeno dell’assuefazione è un fenomeno di difesa dal trauma: l’abitudine vorrebbe poter ridurre lo scandalo – indigeribile psichicamente – di ciò che accade. Avviene anche di fronte alla violenza di ogni genere: anziché restare storditi, colpiti, offesi dalla brutalità e crudeltà del male, esiste nell’umano un’insidiosa tendenza all’adattamento, all’assimilazione di ciò che non può essere affatto assimilabile. Avviene con la fame nel mondo che più che una piaga che mobilita il dovere civile del soccorso, viene percepita come se fosse una fatalità naturale. Avviene con la violenza razzista, con quella femminicida, con gli incidenti sul lavoro e in tante altre occasioni della nostra vita collettiva. Come indicano diversi antropologi, la nostra civiltà dello spettacolo tende a trasformare ogni evento in una sorta di apparizione televisiva o cinematografica, destinata a scadere di interesse in tempi sempre più brevi per gli spettatori annoiati dal “già visto”, quali, in fondo, tutti noi tendiamo ad essere. La guerra in Ucraina resta un evento in sé al limite del concepibile, indigesto, scandaloso, ma il sistema della comunicazione sa bene che il carattere eccezionale di tutti i fenomeni che divengono oggetto assiduo di informazione tende a durare sempre di meno, dunque, a generare meno audience. L’assenza di risposta allo stimolo è infatti un fenomeno comportamentale tipico di ogni fenomeno dell’assuefazione. Ora, dopo il tempo della guerra, è il turno della campagna elettorale a polarizzare i nostri interessi. È quello lo spettacolo che ha inevitabilmente calamitato l’attenzione dei media. Col rischio però che vi sia assuefazione anche nei confronti della nostra vita politica. Non a caso assuefazione e disaffezione, come mostra il fenomeno dell’astensionismo elettorale, possono essere due facce della stessa medaglia. Eppure cosa c’è di più coinvolgente – in senso letterale – della vita politica? I nostri interessi personali e collettivi ne sono profondamente toccati. Ma questo dato di realtà non è sufficiente e rischia di non essere nemmeno percepito. Accade lo stesso con una guerra, che nonostante sia esplosa nel cuore dell’Europa, non è in grado di disinnescare il fenomeno dell’assuefazione. Assuefazione diviene infatti sinonimo di assimilazione; il carattere indigeribile della guerra viene rimosso rendendo la guerra parte del nuovo paesaggio dell’Europa. Sembrerebbe inverosimile ma è proprio quello che sta accadendo. Del resto, in pagine divenute giustamente celebri, Primo Levi, parlando della tragedia della vita nei campi di sterminio, ha mostrato quanto la spinta dell’umano all’adattamento in condizioni di vita inverosimili possa raggiungere vertici tenebrosi. Per questa ragione ammoniva sulla necessità di testimoniare con tenacia l’orrore per impedire non solo che esso potesse ripetersi, ma che possa anche divenire possibile assuefarsi alla sua esistenza. È, infatti, solo la testimonianza insistita dell’orrore a riconoscere l’orrore come tale impedendo la sua assimilazione assuefatta.
Il conflitto e l’ipocrisia: serve un nuovo soggetto politico, l’umanità di Carlo Rovelli Corriere della Sera 30 luglio 2022
Raramente mi sono sentito così lontano dalla retorica dei giornali. Forse dall’adolescenza, e forse per lo stesso motivo: quando la gioventù si ribellava d’istinto — prima ancora che a ingiustizia sociale, autoritarismo o vietnamiti massacrati dal napalm — al dilagare dell’ipocrisia. L’Occidente si è lanciato a cantarsi come detentore dei valori, baluardo della libertà, protettore dei deboli, garante della legalità, speranza per la pace. Il peana su quanto siamo buoni e giusti mentre gli «autocratici» sono infingardi è un coro all’unisono. La ferocia russa e cinese è ostentata, ripetuta, declamata. Mi unirei al coro se fosse sincero. Se condannando un attacco a un Paese sovrano, aggiungessimo che ci impegniamo a non fare più nulla di simile. Non fare quanto l’Occidente ha fatto in Afghanistan, Iraq, Libia, Serbia, Yemen, Grenada, Panama… Con la partecipazione dell’Italia sono stati invasi Iraq e Afghanistan che non avevano attaccato nessuno, causando un milione di morti. Rivangare il passato non serve: ci impegniamo per il futuro? Mi unirei al coro contro il riconoscimento del Donbass che ha innescato la guerra ucraina, se aggiungessimo che ci siamo sbagliati riconoscendo Slovenia e Croazia, innescando la guerra civile Iugoslava. O per i bombardamenti su Kiev, dove la scusa era che Kiev massacrava il Donbass, se la Nato si impegnasse a non fare più nulla di simile, come ha fatto bombardando Belgrado, dove la scusa era che Belgrado massacrava il Kosovo. Mi unirei al coro contro la Russia che cerca di cambiare il regime di Kiev, se l’Occidente si impegnasse a non fare più la stessa cosa, come ha fatto abbattendo e destabilizzato governi democraticamente eletti dal Medio Oriente al Sud America, dal Cile all’Algeria, dall’Egitto alla Palestina. Mi unirei al coro che si commuove per i profughi ucraini, se si commuovesse anche per yemeniti, siriani, afghani e altri con pelle di tonalità diverse. Ipocrisia senza limiti. I giornali gridano sulle politiche «imperiali» di Cina e Russia. Il lupo e l’agnello. La Cina non ha quasi soldati fuori dei suoi confini, se non in missioni Onu. La Russia ne ha a pochi chilometri, in Siria e Transnistria. Gli americani hanno centomila soldati in Europa, basi militari in Centro e Sud America, Africa, Asia, Pacifico, Giappone, Corea… ovunque, eccetto in Ucraina dove stavano insediandosi. Hanno portaerei nel mare della Cina. Dalle coste cinesi si vedono navi da guerra Usa, non si vedono navi da guerra cinesi da New York. Chi è l’impero? Si paventa, non abbastanza, l’uso dell’atomica. L’Occidente è l’unico ad averla usata. A guerra vinta, per affermare il dominio con la violenza; nessun altro lo ha fatto. Si scrive che la Cina è aggressiva; non ha fatto guerre dopo Corea e Vietnam; l’Occidente ne ha fatte in continuazione ovunque. Chi è l’impero? Il Pentagono pubblica liste di persone uccise dai suoi droni nel mondo, molti innocenti. Il New York Times è arrivato all’orrore di denunciare il fatto che i soldati che li guidano non hanno supporto psicologico per lo stress di ammazzare innocenti. Lo scandalo non è ammazzare innocenti, è che chi li ammazza non ha supporto psicologico. L’impero assiro era arrivato a tale arroganza. Ma i nostri giornalisti ricordano indignati una persona uccisa anni fa a Londra dai russi… Gli americani invocano la Corte Penale Internazionale, da cui hanno sempre dichiarato che non si fanno giudicare. O la legalità internazionale, quando le loro guerre sono condannate dall’Onu. Onu che la maggioranza del mondo vorrebbe autorevole, ma Washington ostacola. Sarei in disaccordo, ma non mi sentirei disgustato, se sentissi «siamo forti, vogliamo dominare con le armi per difendere il nostro privilegio». Non ci sarebbe ipocrisia e potremmo discutere se sia una scelta intelligente. Se non sia più lungimirante collaborare. Non fraintendetemi. Amo l’America, molto. Vi ho vissuto dieci anni e sono stato cittadino Usa. Ne conosco splendori e orrori. La brillantezza delle università, la vitalità dell’economia, la miseria dei ghetti neri e bianchi, la violenza per noi inconcepibile delle strade. Amo l’Europa, la civiltà, tolleranza e cautela ereditate dalla devastazione della Guerra. Ma non posso non vedere il nostro piccolo mondo ricco chiudersi su se stesso in un parossismo di ipocrisia. Amo anche Cina e lndia, di cui pure ho visto miserie e splendori. Ci perdiamo in chiacchiere su quale sistema sia meglio, come dovessimo fare tutti la stessa cosa. Il problema del mondo non è che singolo sistema politico adottare tutti. Il problema del mondo è convivere, rispettarsi, collaborare. Il problema del mondo è costruire un nuovo soggetto politico: l’umanità, con le sue diversità. Tanti Paesi ce lo ripetono, non li ascoltiamo. Rifiutano le sanzioni contro la Russia. Perfino di condannare la Russia. Perché? Perché vedono l’ipocrisia dell’Occidente, che si sente libero di massacrare, e poi fa l’anima candida. L’umanità vorrebbe che i problemi reali, riscaldamento climatico, pandemie, povertà che ricomincia a crescere, fossero affrontati insieme. L’80% degli italiani non è favorevole all’aumento delle spese militari. Considera l’emergenza climatica il problema grave. Il direttore della Cia afferma in una intervista che cerca di convincere i politici, che non ascoltano, della stessa cosa. Le persone ragionevoli sanno che collaborare è meglio. L’Occidente rifiuta. Vuole «avversari strategici», nemici, vuole schiacciare gli altri. Ha le armi. L’Ucraina si potrebbe risolvere come la crisi Iugoslava: con una separazione. Ma l’Occidente non vuole soluzioni, vuole fare male alla Russia: non fa che ripeterlo. Ora si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca. La provoca, la accusa con pretesti (ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). Cerca lo scontro. Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo. La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale. Nelle foto si allineano facce sorridenti dei leader occidentali, felici delle portaerei, delle bombe atomiche, trilioni di dollari di armi, con cui si potrebbero risolvere i guai del mondo, usati per rafforzare il dominio. E tutto imbiancato da belle parole: democrazia, libertà, rispetto dei confini, legalità. Dietro, come zombi, giornalisti, editorialisti e politici di stati vassalli come il nostro, a ripetere. Sepolcri imbiancati. Su una scia di sangue di milioni di morti straziati dalle nostre bombe. Da Hiroshima a Kabul, e continueranno.
Cari amici, Come ogni anno, abbiamo partecipato alla giornata di Spiritualità degli Amici di Gesù Crocifisso a San Gabriele. È sempre un momento importante del nostro cammino di formazione. La giornata inizia con Padre Dario che anima le Lodi nella cripta del nostro caro Santo, momento sempre d’intensa preghiera e raccoglimento. Nella sala Stauros, segue un caro saluto di Pio, nostro presidente, e di Marika responsabile della fraternità di Morrovalle, che legge la lettera di Elia un ragazzo che ha frequentato la sua fraternità e che ora si accinge ad emettere la prima professione religiosa per diventare passionista, un vero e proprio figlio spirituale di padre Alberto. Inizia, quindi, la catechesi sul tema: “Camminare insieme – Sinodalità e Memoria Passionis”. È un argomento impegnativo ma svolto in modo eccellente da [Leggi tutto]
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