
Cari amici,
ripartiamo quest’anno con il Giubileo della Congregazione e le celebrazioni per i suoi trecento anni di esistenza.
“La celebrazione del Terzo Centenario di fondazione della Congregazione, scrive il P.Generale, è la celebrazione di un carisma da noi proclamato con le parole e con le azioni.
L’attenzione principale deve esser nel “mantenere vivo” e promuovere il carisma e non l’istituzione.
Non è la celebrazione della nostra grandezza o dei nostri successi, quanto piuttosto la celebrazione della benedizione di Dio concessa nell’arco di questi tre secoli e della fedeltà di innumerevoli Passionisti, i quali nonostante le loro debolezze e.. [Leggi tutto]
E’ cosa bella e giusta ricordarsi di noi che crediamo ancora in quel carisma che ci ha accompagnati sin dalla nostra tenera gioventù. Lo “stemma e la Passione” si stamparono sin da allora nel nostro cuore e, credetemi, nonostante i decenni trascorsi, non solo non si sono mai cancellati, ma sono cresciuti e sono sempre vivi in me.
Difficili per chiunque credere a quanto affermo i queste prossime righe, ma sono ricordi indescrivibili. L’amore per il mio ideale Passionista mi ha dato la forza di non dimenticare e il desiderio di scrivere i ricordi vissuti da Alunno Passionista e, qui di seguito ne riporto solo il finale.
Per settimane covai in me quel pensiero, finché una sera salii sul treno che mi portò a Jesi. Senza paura del buio della notte, andai a piedi lungo la strada che mi condusse a S. Marcello. Più tardi, fui davanti al portone del convento e sedetti sfinito sul gradino nell’attesa che si facesse giorno. La stanchezza mi fece assopire ma, intirizzito dal freddo della notte, mi svegliai. La temperatura era divenuta insopportabile. Trovai il coraggio di suonare la campanella del convento. Poco dopo, un frate dall’ interno chiese chi ero e, dopo avermi riconosciuto, frate Saverio aprì e mi fece entrare. Dissi d’essermi addormentato nell’ attesa dell’alba ma il freddo mi aveva costretto a disturbare. Spiegai che desideravo un incontro con il direttore, padre Aurelio Cicerone. Sorridendo mi condusse nella camera degli ospiti per passare il resto della notte.
Era già mattino, quando frate Saverio bussò e, con tristezza ed esitante, disse che il direttore non voleva ricevermi per cui dovevo andare via. Mi accompagnò verso l’uscita e, camminando lentamente lungo il corridoio, i nostri sguardi s’incrociarono più volte ma furono occhiate tristi, senza una parola. A stento evitai un’esplosione di pianto. Ringraziai per l’ospitalità e mi scusai per il disturbo arrecato.
M’incamminai lungo il viale del convento e, quando la disperazione ebbe il sopravvento, mi sedetti nelle vicinanze del campetto, deciso a non voler lasciare il luogo dei miei sogni. Mi chiesi: qual era il vero significato di quanto accadeva? Ricordando i giorni vissuti in quel posto, guardavo con tristezza quel campetto, amico dei miei momenti di ricreazione. Allora non avrei mai immaginato di sedere un giorno proprio lì, come un estraneo. Quella tempesta pian piano si attenuò e mi convinsi che, nonostante tutto, avevo un nobile sentimento custodito nell’ anima: sapevo parlare con il Cielo. Mi ricordai che non avevo i mezzi per tornare a casa, perché convinto di essere riaccettato in collegio e, a tal proposito, mi ero anche licenziato dal lavoro di vetraio. Iniziai a pregare piangendo e pian piano mi calmai. Decisi di affrontare la realtà. A testa alta mi avviai verso casa. Chiesi al mio Cielo di aiutarmi a trovare il modo di farlo.
M’incamminai a piedi verso Jesi. Pensavo ai compagni rimasti in collegio. Vedevo nella mente i loro volti e mi chiedevo se un giorno li avrei rivisti e se si fossero ricordati di me. Piangendo, mi girai più volte verso il collegio: fu l’ultima volta che lo vidi. Giunto in stazione, attesi il treno per Ancona. Quando arrivò salii consapevole del rischio per la mancanza del biglietto. Ma non avevo altra scelta. Entrai nell’ ultimo vagone e mi chiusi in bagno tentando di evitare il controllore. Furono i chilometri più lunghi che avessi mai percorso, ma giunsi alla stazione di Ancona senza problemi. L’avevo fatta franca ma restava il timore per il lungo tratto da Ancona a Giulianova. Se avrei adottato lo stesso metodo del bagno mi sarei messo nei guai e sarei finito in mano alla Polizia Ferroviaria perché minore. Sedetti timoroso su di una panchina della stazione pensando a come proseguire il viaggio.
Nonostante tutto, ho sempre amato la mia vocazione e questa è diventata la mia storia, una bella storia, che inizia molte pagine prima e racconta i giorni dei miei 12 anni a S. Angelo in Pontano, e poi e poi…